Scuoti i miei angeli drogati

Non so bene come affrontare un report del genere, per due motivi. Il primo è che adoro i Massimo Volume e l’imparzialità non so cosa sia quando parlo di loro. Il secondo consiste nel fatto che è stato un concerto meraviglioso che (nonostante tale Victor abbia cercato di sabotare in tutti i modi con una serie di discorsi rivolti alla sottoscritta mentre i nostri suonavano) mi ha emozionato davvero tanto, a tal punto che non saprei da dove iniziare per darvi un idea dell’intensità di quell’onda emotiva che i Massimo Volume sono riusciti a trasmettere da quel maledetto palco. Ma le situazioni esigono sempre ordine quando vengono riportate e una parentesi degna di nota la meritano anche quei gran signori dei Bachi da Pietra, che hanno ingannato la nostra attesa in maniera degna con il loro stoner sibilante come un serpente a sonagli. Sensuali e ammiccanti sussurrano note suadenti, infuocando con arie roventi e desertiche l’umidità che regna all’esterno. Suoni eccitati com labbra dischiuse che si dipanano tra le ritmiche di una batteria essenziale e i magneti di una Stratocaster vissuta, suonata da Giovanni Scucci (ex Madrigali Mari) come se fosse un basso, con le dita, producendo effetti sconnessi e rumorosi, ma densi e compatti. Quasi bacia il microfono. Non è bello, ma è sexy, o forse è la magia di quello che suona e di come lo suona a renderlo tale. Guarda Bruno Dorella (Ovo e Ronin) con aria di assenso quando lasciano svanire l’ultima traccia per lasciare posto a loro, i Massimo Volume, ospiti attesi della serata.

È il loro momento. Salgono sul palco e senza troppe presentazioni iniziano a suonare, partendo dai pezzi di Cattive Abitudini. Ora si che l’aria diventa pesante, quasi claustrofobica, pregna di bellezza, grondante di emotività. “ Io non ti cerco, io non ti aspetto, ma non ti dimentico” non si può rimanere impassibili al suono di Le Nostre Ore Contate, non si può rimanere impassibili quando le parole cadono dal cielo come fossero stelle e “la poesia quotidiana”, come mi piace definirla, riempie note piene di senso. I crescendo noise, gonfi di suoni che esprimono dolcezza, malinconia, rabbia, suggestioni piovose e assolate, colori freddi e oscurità si susseguono tremanti e diretti sotto i colpi della batteria di Vittoria e le note basse di Mimì, raggiungendo il cielo con le acute e pungenti chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia. Così ci accarezzano  La Bellezza Violata, Litio, Avevi Fretta di Andartene, Tra la Sabbia dell’Oceano, Fausto, nel remake live di tutte le Cattive Abitudini contenute nel disco che cedono il posto a vecchie glorie come Lungo i Bordi, Il Primo Dio, Fuoco Fatuo. Ed è così che ci troviamo a girare dentro i labirinti celebrali di Clementi che non ha bisogno di altro, oltre le sue canzoni, per parlare con noi. I nostri Danno tanto sul palco, sono stanchi ma non riescono a smettere. Escono due volte ed “il momento di piacere massimo” me lo regalano in chiusura con Le Vedute dallo Spazio e Ororo, un brano che non mi si sente più sul cd per quante volte lo ho ascoltato. Grazie a voi, di questa bellezza inviolabile.

LaPunk

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