Arrivo a viale de Coubertin che strabordo scetticismo. “Per ora noi la chiameremo felicità” (salvo alcune canzoni) non mi ha convinto a pieno, e alcune critiche mosse a Vasco Brondi aka Le Luci della Centrale Elettrica le trovo tutto sommato giustificate. Mi aspettavo un disco diverso, ma forse sono io ad essermi fatto troppe aspettative.
Entriamo. I posti sono buonissimi, un’onestissima settima fila, se non fosse che due file più avanti si siedono prima Giuseppe Peveri aka Dente, indi Enrico Molteni (allegro ragazzo morto). – Checculo! Dopo mi ci faccio la foto – penso. Intanto si apre il sipario.
Neanche un “ciao” o un “buonasera”, ma parte in direttissima “Una guerra fredda”. Nessun club o locale regalerà mai l’acustica di un posto di questo genere. Sembra non sfuggire neanche una nota, non un suono distorcersi. Il violino di D’Erasmo (Afterhours) si incunea pulito sottopelle, sia quando l’accarezza quasi in contemplazione sia quando lo prende a ceffoni come il peggiore degli amanti. Gli fanno eco la tastiera e la chitarra di Gabrielli (mille collaborazioni con mille artisti) e Pilia (Massimo Volume), perdendosi al fianco di Vasco tra “I Nostri Corpi Celesti”, “Cara Catastrofe”, “Anidride Carbonica”. La magia vera (e brano che aspettavo di sentire più degli altri) arriva col crescendo irreale di “Quando Tornerai Dall’Estero”, che si conferma il brano migliore del disco anche in versione dal vivo. Lo spettacolo è assolutamente godibile, coinvolgente, e l’impressione generale che comincio ad avere è che la dimensione ideale dell’album non sia l’incisione su cd ma il live. E sembra quasi che Brondi si rivolga al mio scetticismo iniziale e ai critici musicali che hanno bocciato il disco quando, introducendo ogni canzone, ripete a mo’ di nenia, “Questa è una canzone nuova, ma somiglia a quelle vecchie.” Il che è anche abbastanza vero, ma ora che sono immerso in questa meraviglia non me ne frega niente. La scaletta privilegia ovviamente il secondo album (riproposto per intero), salvo alcuni flashback targati 2008 (“Piromani”, “La Lotta Armata al Bar”,“Fare i Camerieri” e “Per Combattere l’Acne”). E nel mucchio vecchio/nuovo trova splendidamente posto anche “Bene”, cover di un De Gregori annata ’74 che sembra scritta l’altro ieri dal buon Francesco apposta per il ferrarese. Il concerto si chiude con “Per Respingerti In Mare”, non prima di una lettura ispirata a quel piccolo capolavoro che è “Verde” dei Diaframma (recitata la prima volta in un recente duetto dal vivo – magguardaunpo’ – con Dente). Saluti, alla prossima, e tutti ad aspettare il bis. Nel buio della pausa Dente sgattaiola via nell’ombra. Addio foto. Riesce Vasco, e accompagnato solo dalla sua sei corde griffata LLDCE ci sputa “Oceano di Gomma” degli After. Sussulti. Rientra il resto della compagnia, e “Le Ragazze Kamikaze” chiude per davvero il concerto, con tanto di finale cantato/urlato dal Brondi ai bordi del palco, lontano dal microfono. D’effetto.
Sensazioni strane. Tornando a casa riascolto il cd ma quella magia la sento di nuovo lontana. Sono confuso, ma senza dubbio soddisfatto del concerto. Forse questa serata ha annientato d’un botto qualsiasi critica/dubbio/perplessità avessi nei confronti delle Luci. Almeno fino al prossimo album.
Bravo Vasco.
Ogniadolescenza
