Black Angels. Phosphene Dream (Blue Horizon Ventures 2010)

Posted: novembre 30, 2010 in Uncategorized
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Sogni Acidi

Avete presente quei film sugli anni ’60 – ’70 con quelle sequenze in cui una bella ragazza si mette un cubetto di LSD sotto la lingua e con aria rilassata e svenevole butta la testa all’indietro e si lascia andare al flusso di coscienza? Ecco. Phosphene Dream è quel cubetto di LSD. Se già da Direction to See a Ghost (Light in the Attic 2008), il quintetto di Austin ci aveva dato un saggio della propria vena psichedelica caratterizzata da ossessioni fredde, dilatazioni e atmosfere fumose, timbri e modulazioni sonore che riportavano la mente all’evanescenza dei Velvet Underground di Venus in Fur (dai quali il gruppo trae anche ispirazione per il proprio nome, ripreso da The Black Angel’s Death Song); in questo terzo lavoro il discorso cambia leggermente, spostandosi verso derive decisamente più assolate, giungendo fino in California. Influenze flower power e beat, unite a motivi che fanno pensare a gruppi come Jefferson Airplain e 13th Floor Elevator, invadono questo lavoro, donandogli un colore e una luce atipiche per chi ascolta da tempo i Black Angels. Sperimentazioni che non saranno facili da reggere per gli amanti della prima ora, almeno inizialmente. Tuttavia si tratta di farci un po’ l’orecchio e di capire, perché pezzi come il singolo Telephone, Haunting at 1300 Mc Kinley, Yellow Elevator #2, Sunday Afternoon e True Belivers sono delle creazioni ben riuscite, il cui senso sta proprio nel cambiamento e nella novità che questo gruppo apporta al proprio repertorio. Per citare Eric Fromm “la creatività richiede il bisogno di abbandonare le proprie certezze”, anche se di fatto i Nostri hanno solo spostato un po’ la mira.

Per coloro che non amano particolarmente i cambiamenti, non vi preoccupate, troverete pane per i vostri denti. Dalla traccia di apertura del disco, Bad Vibration, alla bellissima River of Blood, passando per Entrance Song e la disintegrata Phosphene Dream, vedrete che ci sarà da trasalire tra i deliri di paura, le vertigini e la sensualità che questo gruppo riesce a instillare solitamente in chi li ascolta. Inoltre non mancano le dilatazioni e quelle arie orientaleggianti che tanto care ci furono in Direction to See a Ghost. Non si può fare a meno di godere, insomma. E personalmente i momenti di piacere massimo sono gli strilli acuti di Alex Maas che con i suoi Uhhh! riesce dove nessuno può, almeno con me. Amo quest’uomo che strilla…

Dopo questa parentesi personale il consiglio è di ascoltare questo disco ripetutamente e portare un po’ di pazienza. Forse può apparire un po’ eterogeneo, ma non fidatevi delle apparenze.

LaPunk

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